Mille anni prima di Cristo gli Aztechi coltivavano la pianta del cacao,
i cui semi costituivano una bevanda piccante ed energetica. La leggenda
vuole che sia stato proprio un dio, Quetzalcoatl, a farne dono ai mortali,
che in suo onore chiamarono il seme "xoko-l-atl": nome rimasto
sostanzialmente immutato nel tempo, in quasi tutte le lingue del mondo.
I semi di questa pianta erano talmente preziosi da venire addirittura
utilizzati come moneta per pagare i tributi al sovrano.
Ma com'era il cioccolato "azteco"?
Dopo la tostatura i semi venivano di solito polverizzati, mescolati con
del peperoncino, diluiti con del liquido, sbattuti fino a diventare crema
spumosa. Servita in preziose tazze d'oro massiccio, questa bevanda costituiva
il pasto giornaliero di un re come Montezuma, il quale riusciva a berne
fino a 50 tazze, accompagnandola con focacce di pane di mais.
Così come il sovrano, anche i dignitari di corte e i mercanti,
al termine di un lauto banchetto a base di mais, tacchino, fagioli, peperoncini
e pomodori, erano soliti gustare grandi quantità di "xoko-l-atl"
servito in enormi zucche.
Già a quei tempi infatti erano ben note le proprietà energetiche
del dolce alimento, in grado di eliminare la fatica e stimolare le forze
fisiche e mentali.