Per quasi tutto il Cinquecento, la scoperta di Cortéz rimase un
grande "affare" della corte spagnola che riuscì a mantenere
il segreto della produzione della cioccolata. Il 1609 rappresenta la data
di pubblicazione del primo trattato scritto esclusivamente sul cacao:
si chiamava "Libro en el cual se trata del chocolate" e fu pubblicato
in Messico.
Il cioccolato si diffuse inizialmente in Spagna, ma fu in Toscana che si cominciarono ad aggiungere alcuni
ingredienti particolarissimi come le scorze fresche di cedrata e limoncello,
oltre agli aromi di gelsomino, cannella, vaniglia, ambra e muschio. Le
dosi erano un segreto di stato che l'ombroso e geniale principe Cosimo
de Medici custodiva assai gelosamente nella cassaforte della Fonderia
di Palazzo Pitti.
In seguito, il cioccolato giunse in Francia, dove venne
portato grazie al matrimonio celebrato, nel 1615, tra la Principessa di
Spagna Anna d'Austria (figlia di Filippo III) e Luigi XIII di Francia.
Si tramanda, infatti, che la nuova sovrana avesse portato con sé,
insieme al suo bagaglio, l'attrezzatura per preparare la cioccolata, che
poteva, fra l'altro, essere usata da una sola damigella di corte, la sua
preferita. Diluito non più con l'acqua ma con il latte, prese il
nuovo nome di "cioccolatte" e, negli ambienti di corte, veniva
preparato con un vero e proprio cerimoniale, possibilmente da un cameriere
moro, come usava fare il Cardinale Mazarine.
Dalla Francia, i semi di cacao vennero introdotti in Piemonte, terra che
diede i natali a molti artigiani i quali fecero diventare Torino, a partire
dalla fine del XVII secolo, la capitale italiana della cioccolata.
La
diffusione della cioccolata si deve al duca Emanuele Filiberto di Savoia, focoso amatore,
giocatore d'azzardo, cacciatore, nuotatore e bevitore di vini forti nonché
generale degli eserciti spagnoli agli ordini dell'imperatore Carlo V;
ma la prima licenza italiana per aprire una bottega di cioccolateria è
della fine del Seicento e più precisamente risalirebbe al 1678,
quando Giò Battista Ari venne autorizzato, ricevendo il primo brevetto
di Casa Savoia, ad esercitare l'arte del cioccolatiere. E proprio dagli
ambienti della corte sarebbero provenuti i primi fabbricanti e venditori
di cioccolata.
I Gesuiti diedero il via libera all'uso della cioccolata in Chiesa, e
contribuirono al commercio tra l'America latina e l'Europa dove il "cioccolatte"
si diffuse velocemente: alla bevanda, infatti, venivano attribuite doti
taumaturgiche, medicinali e persino afrodisiache.
Quando venne celebrato
il matrimonio fra Luigi XIV, il Re Sole, e Maria Teresa, anch'essa Infanta
di Spagna, la sposa introdusse l'abitudine di bere cioccolata in tazza
al risveglio e durante le udienze, e ciò dette massima popolarità
alla bevanda venuta dal Nuovo Mondo. I Dominicani, appartenenti ad una
tradizione religiosa più severa e rivaleggiante con quella della
Compagnia di Gesù, si opposero alla diffusione della cioccolata
adducendo, come pretesto, il fatto che essa potesse riscaldare eccessivamente
il sangue. Il Vescovo di Chiapa addirittura, nel 1630, poiché era
costume che i fedeli bevessero cioccolata persino durante lo svolgimento
della messa, arrivò a vietarne l'uso "pena la scomunica":
proibizione che gli risultò essere alquanto "amara" ...
dato che fu proprio un fedele ad assassinarlo con del veleno versato ...
proprio in una tazza di cioccolata!
Il primo emporio per la vendita del cioccolato venne aperto a Londra,
da un francese, nel 1657. Divenne immediatamente un frequentatissimo luogo
d'incontro alla moda; qui, l'élite londinese assaporava la nuova
lussuosa bevanda, servita in raffinate cioccolatiere d'argento.
Nel 1659 il cioccolato giunse a Roma, ma il Papa Pio V lo trovò
disgustoso. Il fatto di bere cioccolato tuttavia non venne condannato
dalla Chiesa che, anzi, nel 1669, attraverso il Cardinale Brancaccio (che
gli dedicò anche un'ode) sentenziò che anche per il cioccolato
si poteva applicare il detto salomonico "Liquidum non frangit jejunum"
vale a dire che non costituiva peccato durante il digiuno. Ma chi ne consumava
doveva poi confessarsi e chiedere indulgenza a Pasqua.
Nel 1660 un uomo chiamato Helmann Pedro Bravo do los Camerinos, stanco
di compiere viaggi in America per convertire al Cattolicesimo le popolazioni
indigene, si stabilì definitivamente alle Filippine: e nacque la
più grossa piantagione di cacao di quei tempi.
Al 1671 risalirebbe, invece, l'invenzione del primo cioccolatino: un aiutante
di cucina, versando per sbaglio dello zucchero caldo su alcune mandorle,
avrebbe creato involontariamente un nuovo alimento, tanto gustoso che
il Duca di Plesslin-Praslin, una volta assaggiatolo, avrebbe poi deciso
di chiamarlo con il suo nome. E fu così che nacquero le "praline".
In Inghilterra, nel 1674, un caffè londinese iniziò a proporre
il cioccolato anche sotto forma di torte e pasticcini, denominati "alla
spagnola".
Verso la fine del XVII secolo, a Torino si sarebbero addirittura prodotte
750 libbre di cioccolato al giorno, cioè 350 kg, che in parte venivano
esportate: è perciò Torino che ha dato all'Europa (Svizzera
compresa) la ricetta del cioccolato. Tant'è che solo nel 1697,
il sindaco di Zurigo, Heinrich Escher, tornato in patria dopo avere assaggiato
il cioccolato durante un suo viaggio a Bruxelles, avrebbe deciso di introdurre
il cioccolato in Svizzera; ma questa è un'altra storia...